sabato 21 gennaio 2017

Incontro con l'Autore.. Ildefonso Falcones




Lunedì 10 ottobre, una serata d’autunno da ricordare: con Rory ed altri blogger mi ritrovo nel lussuoso Hotel Principe di Savoia di Milano. Ma attenzione, non semplicemente nell’hotel, o in una sala conferenze come ci saremmo aspettati. Con nostra sorpresa, veniamo infatti accompagnati dal referente dell’editore Longanesi nella camera in cui alloggia Ildefonso Falcones, e ad aprirci la porta, sorridente e caloroso come un amico di lunga data, c’è proprio lui, che ci saluta uno per uno. L’anticamera-salottino della stanza è calda e accogliente, e anche se siamo abbastanza numerosi riusciamo a sistemarci tutti su divanetti e poltrone, a formare un cerchio come in una serata di chiacchiere tra amici. Dopo le presentazioni - in stanza c’è anche una brava interprete che ci assisterà con l’intervista - Ildefonso ci mette a nostro agio, ci offre dell’acqua, si dimostra gentile e premuroso con chi inizia a risentire dei primi cambi di temperatura.


L’incontro ha inizio, e la nostra prima domanda riguarda i valori e le virtù umane che si riflettono nei personaggi principali del suo nuovo romanzo Gli eredi della Terra, che si trovano ad affrontare mille avversità ma non si perdono mai d’animo:

Io penso che i princìpi, in realtà, illuminino tutto il romanzo, per cominciare dovrei dire che i miei personaggi non potrebbero funzionare con dei concetti diversi, perchè credo che l’avere determinati princìpi contribuisca a creare una maggiore empatia da parte del lettore nei confronti dei personaggi. Quindi, a mio avviso è naturale creare dei personaggi che racchiudano in sè virtù come la lealtà, il voler lottare per la famiglia, la difesa dei propri figli, combattere contro le ingiustizie, tutte cose che dobbiamo affrontare anche noi nella nostra quotidianità. Salvando le opportune distanze, e ricordando che chiaramente i mali estremi con cui si trovano a lottare i miei personaggi nel Medioevo magari non sono quelli con cui dobbiamo fare oggi noi i conti. Trasferire tutte queste qualità umane in una trama, è questo ciò che io penso di fare. Non penso potrei utilizzare princìpi diversi o personaggi con qualità umane diverse. Non credo che potrei scrivere una trama con un meccanismo diverso; forse, potrei pensare di scrivere un romanzo impermeato su una persona con una personalità completamente diversa, ma, sinceramente, non penso che susciterebbe lo stesso tipo di interesse, di empatia presso i lettori. Credo che la maggior parte dei lettori, in modo naturale, sentano empatia per un personaggio mosso da sani princìpi come quelli che abbiamo già citato. In più se è sfortunato, se ha dovuto far fronte ai rovesci del destino, meglio ancora.


Perché è così “cattivo” con i suoi personaggi? Nei suoi romanzi succede loro di tutto di più, poveretti. Insomma, mai una gioia..In ogni momento rischiano la vita, vengono feriti, torturati..

Cattivo? (ride) Sì che ci sono delle gioie, non è vero che non c’è mai una gioia. Capita a tutti noi nella vita, siamo più inclini a ricordare quello che di negativo ci è successo, ricordiamo però che a Hugo capitano anche cose positive, cose bellissime, riesce ad avere due vigne, ha una bambina, trova un’amore, è vero che perde tutte queste cose, ma poi alla fine le ritrova. Non dimentichiamo che stiamo parlando di un romanzo di avventura. La vita, soprattutto come la vediamo in un racconto d’avventura, è fatta di colpi di fortuna, ma anche di rovesci, di gioie e disgrazie. Non voglio fare paragoni all’insegna della mancanza di modestia, però per me il romanziere d’avventura per eccellenza è Dumas, e nei suoi romanzi succede di tutto: i personaggi vengono incarcerati, scappano, conquistano la libertà, poi vengono incarcerati di nuovo.. Io non è che voglia essere cattivo nei confronti dei miei personaggi, perchè poi le cose per loro si chiudono sempre in modo positivo, ma penso che senza questi colpi di fortuna, ma anche senza questi rovesci e disgrazie, la storia non sarebbe altrettanto interessante e avvincente. C’è da dire che alla fine i personaggi a cui tengo davvero non li uccido. In alcuni altri romanzi invece sì succede.


Nella Barcellona di oggi, nel mondo contemporaneo, sarebbe in grado di ritrovare dei valori rappresentativi-chiave da trasformare in personaggi o per una storia contemporanea?

A mio avviso sì, a Barcellona come a Milano. Se noi ci concentriamo sulla trama romanzesca, se escludiamo i fatti storici che ovviamente sono riconducibili ad una realtà ben precisa, potremmo trasferire tutto ciò nel ventunesimo secolo.. forse le carceri no, perchè per fortuna le carceri di oggi non sono come quelle che io descrivo del quattordicesimo- quindicesimo secolo, ma per esempio una forma di schiavitù ce l’abbiamo ancora oggigiorno, pensiamo alla tratta delle bianche, alla tratta di esseri umani. Nei miei romanzi parlo delle passioni umane di sempre, l’amore, il sesso, la vendetta, i sentimenti. Tutte queste cose le avevamo nel Medioevo e le abbiamo ancora oggi. Penso che per quanto riguarda i princìpi come il lavoro, l’impegno, la volontà di lottare, di andare avanti, ecco, alcuni di questi princìpi sono stati messi da parte, non sono stati del tutto compresi dalla gioventù contemporanea. La necessità di lavorare e impegnarsi ha lasciato spazio ad atteggiamenti più tipicamente contemporanei, come aspirare a creare una app e venderla alla software house di turno per una cifra da capogiro, e aver risolto così la propria vita. Però evidentemente pochissimi ci riescono, e tutti gli altri finiscono per doversi rimboccare le maniche e lavorare come tutti. Credo sia dunque assolutamente possibile trovare nella Barcellona ma anche Milano, come qualunque altra città contemporanea, quei princìpi e quei valori.


So che rispetto ad altri autori lei preferisce fare tutte le ricerche storiche per i suoi libri. Da dove inizia la sua ricerca storica e quanto tempo impiega?

Inizio a rispondere dalla fine, nel caso de Gli eredi della Terra ho impiegato tre anni, comprensivi sia della parte di documentazione, che della parte di redazione e correzione. In che modo inizio: abbastanza semplice, in primo luogo, se come in questo caso mi prefiggo di raccontare una storia che dal punto di vista cronologico prende il via più o meno negli anni in cui finisce La cattedrale del mare, stiamo parlando del 1387 circa, devo vedere dal momento in cui voglio iniziare a narrare in questa storia, al momento in cui finirà, che cosa succede nella storiografia. Devo quindi attenermi a questa cronologia, non sono io che decido cosa raccontare o non raccontare, la stessa cosa è avvenuta per La mano di Fatima o per La regina scalza. Scelgo un’epoca e vado a vedere che cosa è successo in quell’epoca. Poi all’interno degli eventi storici c’è sì una certa flessibilità, mi autoconcedo un certo margine di scelta per concentrarmi su alcuni fatti storici, e magari posso lasciarne da parte altri. L’importante è che la storiografia possa coincidere con la trama romanzesca. Quello che mi interessa particolarmente è far vedere in che modo i fatti storici possano influire sulle vicissitudini dei personaggi. Faccio un esempio relativo a Gli eredi della Terra: la distruzione del ghetto ebraico di Barcellona fa sì che Hugo perda il suo primo amore. Avrebbe potuto perderla in qualunque altro modo, però scelgo di illustrare con questo episodio romanzesco un episodio storico che corrisponde alla realtà, che è la distruzione del ghetto ebraico. Cerco sempre di creare una relazione di causa- effetto tra gli eventi storici e la vita dei personaggi, che sono fittizi. Da lì inizio a scrivere il mio copione, devo sapere come iniziare e come finire la storia, devo aver già intravisto i punti più salienti intermedi, e se tutto questo più o meno ha un senso posso cominciare a scrivere e continuare a studiare al contempo.


Quanto il suo lavoro di avvocato incide su ciò che scrive? Ci sono esperienze che la portano a scrivere un fatto particolare nel libro?

Per niente, indubbiamente come avvocato ho incontrato un’infinità di persone e sono venuto a conoscenza di tantissimi problemi diversi che possono aver afflitto le persone o influito sui loro rapporti interpersonali. Ma la professione di avvocato è squisitamente pragmatica, ciò che importa è fare in modo che gli interessi dei propri clienti prevalgano su quelli dei loro avversari, e per avere questo risultato l’avvocato a volte cederà, a volte non cederà, tratterà, negozierà, etc. Di contro, lo scrittore svolge un lavoro all’insegna dell’ immaginazione, della fantasia, della creatività. Direi che sono due mondi diametralmente opposti, la letteratura e il diritto. Oltretutto, il tipo di linguaggio che utilizziamo in ambito legale, di diritto, e nella scrittura moderna sono assolutamente diversi. Se una persona scrivesse un romanzo con lo stesso stile o con lo stesso registro utilizzabile per scrivere ad un giudice per convincerlo delle nostre ragioni, probabilmente quel romanzo non lo leggerebbe nessuno. Il linguaggio è uno strumento per arrivare ad intrattenere il lettore, per fargli vivere una serie di emozioni. Credo che in un certo senso comunque la mia formazione e la pratica dell’avvocatura per tanti anni mi siano tornati utili come scrittore a livello operativo, ho sempre avuto una certa familiarità nella consultazione di libri e saggi, mi sono sempre mosso agevolmente nella bibliografia, quindi la parte di ricerca è stata favorevolmente supportata dalla mia esperienza di avvocato, per tutto il resto credo di no. Per quanto riguarda le esperienze di vita che posso avere avuto come avvocato ovviamente ci sono state, come tutti noi ne abbiamo nella nostra professione, poi alcuni ricordi di vita potremo trasferirli in un romanzo oppure no.


Ha mai pensato di ambientare un romanzo nell’epoca contemporanea?

Ma sì, io le ho scritte ma...sembra che nessuno le voglia (ride). Diciamo che nel corso della mia vita ho scritto diversi romanzi contemponanei e ho anche cercato di venderne alcuni, ma senza risultato. Alla fine, dopo una serie di romanzi contemporanei proposti a varie case editrici, mi sono proposto di provare con il romanzo storico, e non è che La cattedrale del mare abbia avuto fortuna immediata dal punto di vista editoriale, ho impiegato 3 anni per trovare una casa editrice interessata, e in quel lasso di tempo ho scritto un ennesimo romanzo ambientato nella contemporaneità, che, una volta trovato l’editore interessato a La cattedrale del mare, ho offerto, ma non hanno manifestato alcun interesse per questo romanzo. Visto che a me piace il romanzo storico, piace alla casa editrice, piace al pubblico, non vedo motivo per continuare a incaponirmi a scrivere romanzi contemporanei che a quanto sembra alle case editrici non interessano, sarebbe credo un grosso errore.


Ha mai pensato di ambientare uno dei suoi romanzi in Italia, se sì in che periodo storico?

Mi piacerebbe sicuramente scrivere un romanzo storico ambientato in Italia, credo che in particolare farebbe molto piacere anche all’editore, soprattutto a quello italiano, ma dovrei far fronte almeno a due ostacoli, il primo è che credo che l’Italia vanti già tanti ottimi romanzieri storici, che rispetto a me godono di un vantaggio comparativo indubbio, cioè conoscono molto meglio la storia del loro paese, l’ambientazione e tutto ciò che c’è da sapere sul paese. Ma non solo. Come dicevo, nella fase di documentazione prima della stesura io faccio tantissima ricerca, di norma consulto tra i 150 e i 200 libri, e di solito questi libri oltretutto sono scritti con un linguaggio ormai desueto. Io per cominciare non so l’italiano, quindi difficilmente potrei accedere alle informazioni contenute in questi libri, se oltretutto questi testi fossero scritti in italiano antico, a questo punto temo che l’ostacolo sarebbe veramente insormontabile per me. In ogni caso, non escludo nulla a priori, potremmo magari cercare di ricorrere ad altri meccanismi, potrei farmi aiutare nella fase documentativa, potrei far lavorare Rossana (l’interprete dell’autore, ndr) a cottimo nella traduzione di tutta questa documentazione (scambia una risatina con Rossana). Ma rimangono comunque questi due grandi problemi. E’ stato scritto già tantissimo in termini di romanzi storici sull’ Italia, un paese straordinario, la cui storia è ammirata e cantata da tutti. Quanti romanzi storici sono stati scritti sulla Roma imperiale, giusto per fare un esempio. Sarebbe anche un po’ un azzardo per me cercare di entrare in un mercato proponendo un prodotto che mi è più distante, che non mi è così naturale come ambientare un romanzo storico in Spagna.


Ho letto la sua intervista rilasciata a Sette del Corriere della Sera in cui lei parla contro l’indipendentismo catalano. Nei suoi romanzi parla di una Barcellona indipendente, molto forte nel periodo medievale. Volevo sapere se in Spagna, a Barcellona, in questo periodo, hanno cercato di coinvolgerla politicamente nella disputa sull’indipendentismo.

Sì, altrochè. Tra l’altro è recentemente uscita un’intervista su Sette che è stata ripresa da un quotidiano catalano, che ha scritto un articolo contro di me. Purtroppo sì, le cose stanno così. Tutte le opinioni vengono intepretate in modo diverso, in funzione di chi le legge. Ti stritolano, a volte, quando fai delle dichiarazioni come quelle che ho fatto io. Ma quale potrebbe essere l’alternativa, dovrei forse tacere? Se viene da me un giornalista che mi vuole dedicare un’ampia intervista, è ovvio che vorrà sapere qualcosa, e dovrò pur raccontargli qualcosa, meglio se gli racconto la verità, cosa che oltretutto a me va benissimo fare. Però ci sono state sì delle ripercussioni politiche, a cominciare dal fatto che per esempio in Catalogna, pur essendo catalano, non vengo considerato tale.


Negli ultimi anni abbiamo assistito all’esplosione dei “baby scrittori”, persone che prima dei loro 20 anni hanno già pubblicato il loro best seller. Quanto ha influito positivamente il fatto di arrivare al successo dopo, con un’altra testa, un’altra maturità? Cosa sarebbe stato, secondo lei, diverso se la fama di La cattedrale del mare fosse arrivata a vent’anni?

Oh-oh. (ride) Forse, se il successo de La cattedrale del mare fosse arrivato quando avevo 20 anni, non avrei scritto un altro romanzo dopo. Più che uno scrittore attempato, io sono stato uno scrittore che in tarda età ha avuto il suo primo libro pubblicato. In realtà io ho sempre scritto, ma il mio primo libro è stato pubblicato quando avevo 47 anni. Gli aspetti positivi di arrivare a un tale successo a quell’età e non da giovanissimo sono stati sicuramente la stabilità emotiva, il fatto di avere una famiglia, avere 4 figli, il fatto di avere uno studio legale e una carriera come avvocato avviata che mi consentiva una certa tranquillità economica, mi ha fatto capire che avevo totale libertà come scrittore, potevo scrivere o no, il futuro della mia famiglia non dipendeva da quello. Se scrivevo era invece perchè davvero lo volevo fare e trovavo nella scrittura un autentico entusiasmo. Probabilmente, se tutto ciò fosse avvenuto quando avevo 20 anni, la mia capacità di reazione sarebbe stata completamente diversa, lo sarebbe per chiunque. Tra i 20 e i 47 anni le cose cambiano abbastanza, credo che possiamo fare un paragone con il mondo del calcio: vediamo che i calciatori che arrivano ad un successo economico e di fama per forza di cose visto che sono degli sportivi, quando sono molto giovani a volte perdono un po’ la bussola, alcuni riescono a resistere bene all’impatto del successo, invece altri finiscono male, a volte in modo drammatico. Io devo dire di ritenermi assolutamente soddisfatto di come sono andate le cose per me, del fatto che fama e successo siano arrivati a 47 anni, che poi non è che un uomo di 47 anni sia poi così vecchio, adesso ne ho 57 e spero francamente che me ne rimangano ancora un po’ da vivere.


Cito un passo dal suo libro: “Barcellona è in preda al terrore e ognuno pensa ai propri interessi”. Qual è il rapporto tra il terrore e l’altruismo o l’egoismo? Il terrore giustifica una persona ad essere egoista o altruista?

Diciamo che il terrore è un’emozione che viene indotta in noi dall’esterno, un sentimento che non possiamo controllare, che è estraneo a noi e alla nostra volontà. Non si tratta di una decisione libera, per esempio nel passo del romanzo che lei citava, il terrore nasce dal fatto che so che arriverà il re e potrebbe decidere di tagliarmi la testa. L’altruismo e l’egoismo sono emozioni umane, io non credo che facilmente il terrore possa indurre altruismo. Penso che in una situazione bellica potremmo vedere l’altruismo come quella specie di sensazione di spirito di corpo, di far parte di un gruppo. Son stato in gioventù nell’esercito, non ho combattuto una guerra ma ricordo la sensazione di tenerci sotto pressione, quell’ inzigarci per la difesa della patria. Più che altruismo la definirei una sorta di follia collettiva. Di contro, penso che il terrore possa invece sì generare delle forme di egoismo, lo capisco perchè una persona terrorizzata è incapace di prendere delle decisioni conformi al suo carattere e alla sua personalità. Il terrore inibisce la nostra libertà, la nostra capacità di ragionamento, la logica, la razionalità. Francamente non vedo una relazione di causa-effetto molto probabile tra il terrore e l’altruismo. Posso pensare che se davanti al terrore vediamo un bambino o una persona che sta affogando, l’impulso altruista ci spinge a tuffarci per cercare di salvarlo. E’ anche vero che ogni tanto si sente di persone che muoiono proprio nel tentativo di salvare la vita di qualcuno, specie quando una persona è caduta in acqua e sta annegando, non sarebbe la prima volta che succede. In generale penso che il terrore blocchi la nostra capacità di pensiero, quindi difficilmente lo vedo legato ad un altruismo vero e proprio.


I suoi figli leggono i suoi romanzi?

Non riesco proprio a far sì che leggano alcunchè, hanno hobby diversi, conosciuti da tutti noi, dalla Playstation, allo smartphone, all’ IPad. E’ una vera e propria forma di concorrenza sleale nei confronti della letteratura, perchè tutti questi dispositivi offrono una gratificazione immediata. Sedersi, o non sedersi, per leggere un libro di 800 pagine implica comunque un impegno che si deve protrarre nel tempo, un certo grado di concentrazione che deve andare avanti per un bel po’ di giorni. Invece sedersi davanti alla tv, al computer, o a qualunque altro dispositivo tecnologico offre una gratificazione pressochè immediata, temo che sia una causa persa tentare di far primeggiare la letteratura rispetto a tutte queste forme di passatempo.


Un’indiscrezione: come è nato Hugo? Come ha creato questo personaggio? Quanto c’è di Dumas?

Io penso che per esempio considerando I tre moschettieri , c’è molto delle qualità di questi tre personaggi in Hugo: i tre moschettieri difendono a spada tratta la regina, pur sapendo che è infedele nei confronti del marito, ma sono personaggi nobili, sono amici fra di loro, lottano contro l’ ingiustizia, sono degli eroi in poche parole. Ora, non so se il mio Hugo sia un eroe a tutti gli effetti, non mi passerebbe mai per la testa di paragonarmi a Dumas. Ma penso ci siano davvero molti punti in comune tra alcune caratteristiche caratteriali di Hugo Llor e i valori di cui abbiamo parlato nella prima domanda. La voglia di combattere contro l’ ingiustizia per esempio, passando ad un altro romanzo, fa sì che Montecristo fugga dal carcere cercando la vendetta, cercando di ritrovare l’amore che aveva perso.. Credo che sono storie universali, atemporali, che valgono oggi come valevano tre secoli fa e hanno sempre lo stesso significato.


Come mai quando ha iniziato a scrivere il suo primo romanzo storico, La cattedrale del mare, ha scelto proprio questo periodo della Barcellona medievale, in tutto l’arco della storia spagnola?

In primo luogo perchè Barcellona è la mia città, era un’ambientazione che avevo più a portata di mano di altre. Se era necessario andare a vedere un luogo, era sufficiente prendere la moto e andarci personalmente, per raggiungere in pochi minuti il posto che volevo ispezionare. Una volta che ho capito che volevo scrivere un romanzo ambientato a Barcellona, mi sono chiesto quale fosse un periodo della storia di Barcellona in cui la città potesse offrire, in termini di fascino e di attrattiva, molto ai lettori, uin che periodo poteva essere particolarmente interessante. La mia scelta è caduta sul quattordicesimo secolo, perchè Barcellona era una delle grandi metropoli, una delle grandi capitali del Mediterraneo, sullo stesso piano, anzi, superiore a volte, in guerra in modo intermittente con Genova, alleata di Pisa, concorrente di Venezia, era una città in quel momento molto ricca, con un’avanguardia culturale, una città che richiamava a sè ed accoglieva chiunque volesse trasferirsi lì. Tutto questo dava un corpus di abitudini, di usi, di tradizioni e di situazioni diverse. Per esempio, tra le situazioni diverse posso pensare alla costruzione di Santa Maria del Mar, che poi è la cattedrale del mare del romanzo. Diciamo che il processo è più o meno questo, scelgo il luogo, poi scelgo l’epoca, poi all’interno di quell’epoca vado alla ricerca degli eventi storici che reputo più interessanti o che mi prefiggo di narrare e che voglio protagonisti della mia storia. Si tratta comunque sempre di una scelta deliberata, ben meditata.







Prima di salutarci, Ildefonso ci dedica ancora un po’ del suo tempo firmando le copie del libro con dediche e senza mai smettere di sorridere, e posa con noi nelle foto-ricordo.



Personalmente, sono rimasta molto affascinata da questa persona e dal suo animo gentile, che a partire dal primo sorriso, e fino all’ultimo morbido abbraccio prima di ritornare alla sua privacy, mi ha trasmesso calore, accoglienza, e quasi la sensazione di aver incontrato un’anima antica.

Ah, dimenticavo. Durante l’intervista, dato il tempo limitato, non ho avuto modo di chiedere a Ildefonso Falcones se gli sarebbe piaciuto vedere il suo libro trasposto in versione cinematografica. Beh, ho comunque ricevuto risposta, perchè sul suo profilo Facebook ufficiale, da qualche giorno, è possibile trovare diverse informazioni utili sulla nuova serie ispirata a La Cattedrale del Mare, oltre che a varie foto e link che gli amanti dei suoi romanzi troveranno molto interessanti..


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