LE NOSTRE RECENSIONI


[Review Party] L'orso di Claire Cameron


Ciao a tutti e ben trovati lettori!

Come vi avevo annunciato, quella di oggi è una giornata incredibilmente ricca di novità e L'orso, il nuovo romanzo di Claire Cameron, è esattamente una di queste. Edito SEM Libri, il libro rientra in una delle mie tracce narrative preferite, quella del romanzo di formazione, e nonostante qualche piccola difficoltà l'autrice è riuscita, senza alcun dubbio, a conquistarmi.

L'ORSO


L'ORSO
di Claire Cameron

Prezzo: € 17,00 | Ebook: € 7,99
Pagine: 207 | Genere: Romanzo di formazione
Editore: SEM Casa editrice Milanese| Data di pubblicazione: 26 Aprile 2018

TRAMA

Bates Island, lago Opeongo, Canada. Anna, cinque anni, e suo fratello Stick, tre, sono accampati con i genitori in un remoto parco nazionale. Anna sente la madre che urla. All'improvviso il loro padre apre la tenda, li porta fuori e li spinge dentro la gigantesca scatola refrigeratrice della famiglia. La blocca e incunea una pietra sotto il coperchio per permettere loro di vedere fuori. I bambini non sanno cosa sta succedendo, ma diventa gradualmente chiaro al lettore che un orso sta attaccando i genitori. Dopo questa apertura scioccante, il romanzo segue le sorti dei due bambini, costretti a badare a se stessi. "L'orso", il capolavoro di Claire Cameron, è narrato da Anna, la figlia maggiore; il suo è un flusso di coscienza giovane e innocente, che, poiché non comprende veramente quello che vede, inizialmente sembra "offuscare" l'azione. È proprio questo divario tra la comprensione "opaca" di Anna e la visione complessiva dedotta dal lettore che conferisce a una prosa così semplice il suo potere. La storia diventa quindi un ritratto interessante di come una bambina affronta l'abbandono, la perdita di autorità, la sopravvivenza e il dolore. La visione infantile del mondo è autentica e affascinante, molte immagini sorprendenti rimangono impresse, immagini create dalle interpretazioni di Anna e dalla fantasia del lettore.

IL MIO PENSIERO SUL LIBRO

Quella dei romanzi di formazione è probabilmente una delle etichette letterarie, se così vogliamo chiamarle, più ostiche ed interessanti all’interno delle quali viaggiare. Affrontare la crescita fisica e caratteriale di un personaggio, renderla credibile e soprattutto trasmetterne le sensazioni al lettore rappresenta uno degli esperimenti narrativi più complessi e lo è ancor di più se si pensa alla difficoltà di elevare a protagonista del tutto un’innocente bambina di cinque anni: trovarsi in sintonia con una personalità in fondo così diversa, non ancora perfettamente formata, confusa ed ingenua nel suo essere semplicemente all’inizio di un percorso impervio, come solo la vita sa esserlo, non è certo facile, eppure Claire Cameron si è dimostrata capace di tessere una trama da cui rifuggire è praticamente impossibile rendendo l’empatia, tra le altre cose, elemento imprescindibile del suo romanzo, L’orso


In una riserva naturale, oltre qualsiasi tipo di malata civilizzazione e a stretto contatto con i valori quasi primordiali di una Terra capace di rigenerare e distruggere al contempo, la famiglia di Anna e di Alex, due bambini di cinque e due anni rispettivamente, ha deciso di trascorre quella manciata di giorni sufficiente, forse, a ritrovare un’armonia ed una spensieratezza smarrite nello scorrere frenetico del tempo di città. Ciò che nessuno di loro poteva immaginare, però, era di ritrovarsi preda di un terrore cieco e sordo a qualsiasi tipo di supplica, di una paura rabbiosa, immotivata eppure più che reale che mai, esattamente come quella che nasce e cresce inevitabilmente di fronte all’ira di un orso deciso a portare via tutto ciò che ostacola il suo cammino. Lo scenario che si apre davanti agli occhi della piccola Anna, la mattina seguente all’aggressione, è quello di una desolazione paralizzante che richiede, anche ad una piccola vita come la sua, di reagire e di portare in salvo quella piccola parte di mondo ancora esistente, il suo e quello di Alex, seppur menomati nella loro più totale essenza. Il viaggio dei due bambini è appena cominciato. 


Una narrazione originale ed un punto di vista sicuramente poco convenzionale accolgono il lettore all’interno di una storia che fin dalle prime pagine si rivela custode di un tesoro inestimabile: la vita racchiusa tra le sue parole, infatti, riesce ad un primo sguardo, ed oltre, ad intrecciarsi sapientemente con quella del lettore, incatenandole indissolubilmente l’una all’altra, facendole dipendere vicendevolmente dagli occhi di una bambina indifesa, pronta a combattere con tutte le sue forze, nonostante la confusione che le aleggia nella mente, e dall’animo di uno spettatore deciso più che mai a divenire parte integrante del tutto, porgendo le proprie mani e le propria braccia a sostegno di due anime ancora troppo acerbe per comprendere appieno la crudeltà dell’incubo di cui loro malgrado sono divenuti i protagonisti. Paradossalmente rappresentato, quest’ultimo, da quello che dovrebbe essere un elemento amico dell’essere umano: la natura, in fondo, non è stata il primo vero accogliente ambiente in cui i primi uomini hanno cominciato la loro cavalcata verso la vita? Non è forse il simbolo per eccellenza di bellezza, eleganza e maestosità? E come può, allora, mettere a repentaglio vite innocenti, colpevoli solo di aver assistito alla dissoluzione della loro piccola esistenza?

Un viaggio, infine, quello all’interno dell’oscuro bosco reso ancora più imponente dal piccolo sguardo della protagonista, che finisce inevitabilmente per scontrarsi con una maturazione improvvisa, obbligata dalle circostanze avverse, davanti alla quale il lettore non può che rimanere sorpreso ed in parte dispiaciuto per la privazione della bellezza dell’innocenza che solo un evento simile può causare. Ostilità, questa, affrontata egregiamente dall’autrice, che grazie ad uno stile semplice e scorrevole, forse un po’ ridondante e confusionario a causa proprio della voce narrante della storia, riesce a rendere la lettura intensa, nonostante la frammentarietà di cui, purtroppo, non fa mistero di essere dotata.



Due domande all'autrice

Review Party ancora più prezioso quello di oggi poiché l'autrice ha permesso a noi avide lettrici di soddisfare qualche piccola curiosità, prestandosi con una meravigliosa cura a rispondere a qualche nostra domanda:

D. Perché avventurarsi proprio in un romanzo di formazione?
R. E' stato lui a scegliermi. Stavo scrivendo una storia su una ladra di banche che viveva da sola nel deserto della California, ma non riuscivo a farla funzionare. Dopo due anni di tentativi e fallimenti ho deciso di prendere una pausa. Era novembre, mi sono alzata un lunedì e, come faccio sempre, mi sono messa a pc e lo schermo era bianco. Non sapevo davvero cosa fare, ma avevo questa voce di una bambina dentro che mi seguiva ovunque. Non ci ho prestato troppa attenzione, ma ho pensato che potevo scriverci sopra un breve racconto o altro. Dopo un paragrafo, sapevo che qualcosa doveva succedere e ho pensato, e se inserissi un orso? L'attacco in Algoquin era impresso nella mia mente, come se mi ossessionasse da chissà quanto tempo, e ho deciso di usare quello che conoscevo di questo. Ma nel mentre non sapevo di star scrivendo un romanzo, non ho pianificato altro, ho solo continuato a scrivere. E penso sia una buona cosa, Se mi fossi fermata a pensare: è una buona idea? La risposta sarebbe stata sicuramente no. A volte è meglio seguire l'istinto. E così la scrittura diventa molto simile ad una performance. Ci ho messo anni per fare pratica. Scrivere questo romanzo è stato il mio momento sul palco.

D. Sempre in questo ambiente sono tanti gli scrittori che si sono distinti, uno a caso Salinger: si ispira a qualcuno in particolare in questo ambito?
R. Non riesco ad immaginare se mi inserisco perfettamente in qualche tipo di corrente. Osservare troppo il lavoro di un altro autore significa poi essere una povera imitazione di questi. Quando scrivo penso solo alla mia storia, ne vengo completamente immersa. Dopo che il libro è stato pubblicato riesco a guardare indietro e vedere tutte le influenze. Salinger è sicuramente una di queste. Amo l'immediatezza e l'urgenza della narrazione in prima persona. Una delle mie storie preferite è "L'isola del tesoro" di Robert Louis Stevenson. Un ragazzo, Jim Hawkins, racconta la storia e ho amato l'avventura contenuta in esso quando l'ho letto per la prima volta da bambina. Ma quando sono cresciuta e l'ho letto ai miei figli, l'ho trovata una storia diversa. Mi sono preoccupata per Jim, ho dubitato del suo giudizio e gli guardavo le spalle come un genitore. E' stata allo stesso modo una storia emozionante, ma il significato della mia esperienza di vita gli ha dato un altro significato. E' successa la stessa cosa con "Il signore delle mosche" di William Golding. E' stato l'ultimo libro che ho letto prima di iniziare L'orso. L'ho amato la prima volta che l'ho letto, ma a rileggerlo mi sono arrabbiata. Ha una visione molto brutta dei ragazzi e averne due a casa mi ha fatto iniziare L'orso in uno stato di rabbia. Ero sicura che i bambini potessero essere buoni l'uno con l'altra. Ho scritto il romanzo per rispondere a quella domanda. 


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