[REVIEW PARTY]: IL BAMBINO CHE DISEGNAVA LE OMBRE DI ORIANA RAMUNNO
Prezzo: 18 € | Ebook: 9,99 € |
Data di pubblicazione: 30 marzo 2021
Quando ho scelto di partecipare al Rewiew Party del thriller storico “Il bambino che disegnava le ombre”, l’ho fatto a scatola chiusa. Per me è la prima volta, quindi mi sono detta: “Perché no? Proviamo!”. Non avevo ancora la trama, ma del resto, si tratta di un genere che amo e leggo spesso, quindi ho accettato.
Quando poi ho ricevuto e letto la sinossi mi
si è gelato il sangue: sono mamma di due gemelli che compiono 5 anni proprio in
questi giorni, Lorenzo e… Gioele! Potete immaginare con quale stato d’animo mi
accingevo a cominciarne la lettura.
Dopo le prime pagine, poi, dopo uno dei primi
sadici e inumani episodi descritti, ho tratto un profondo respiro e ho pensato:
“Spero di riuscire ad arrivare alla fine”.
In 4 giorni l’ho divorato.
Letteralmente.
Non riuscivo a smettere di leggerlo, mi ha catturata fin dalle prime pagine. E non per il senso di macabra curiosità che spinge sempre l’essere umano verso i dettagli più sordidi e raccapriccianti di ogni fatto di cronaca perverso e violento, ma perché davvero attira il lettore come una calamita, come il canto maligno di una sirena. Scorrevole, intrigante, toccante e saturo di emozioni sia positive che negative, dosate al punto giusto in perfetto equilibrio.
Il thriller è ben inserito nella cornice
storica, che fa sicuramente più orrore della trama, e anche se è ben costruito
e i colpi di scena di susseguono per 380 pagine, e nonostante l’omicidio e la
sua risoluzione siano importanti e il percorso investigativo intrigante, sembra
quasi che la trama poliziesca sia solo un pretesto, in realtà, una scusa per
raccontare ben altro. Gli orrori, le barbarie i riferimenti storici si fanno
strada prepotenti nella narrazione, ne vengono incorporati, ed entrano a far
parte a pieno titolo della trama, anche perché il percorso investigativo
subisce rallentamenti, intoppi e difficoltà a causa del campo e della sua
struttura, della sua ideologia e dall’esistenza stessa.
I personaggi che ruotano all’interno della
storia sono numerosi e ognuno è caratterizzato perfettamente, con le sue
porzioni di luci e ombre. Protagonisti Hugo Fischer, ariano claudicante
collaboratore della Kriminalpolizei, per la quale investiga e risolve
crimini con numerosi successi al suo attivo. Tiene sempre una fiala di morfina
in tasca, una coperta di Linus, quando la malattia gli morde la schiena con le
sue riacutizzazioni. Il bastone come una parte di sé e un dolore che non lo
abbandona mai gli rendono difficile ogni spostamento.
Accanto a lui, Gioele Errera, bambino italiano
ebreo, uno dei gemelli di zio Mengele, sveglio e curioso, coccolato e
viziato dal medico.
Ma pur sempre ebreo.
La sua eterocromia oculare lo rende un
privilegiato, che può muoversi liberamente all’interno del Blocco 10 e con le
sue doti nel disegno, aiuterà molto Fischer nella risoluzione del caso, fornendogli
dei particolari fondamentali. Il bambino non ha piena consapevolezza di ciò che
accade attorno a lui e in cambio delle informazioni chiede a Herr
Fischer di trovare i suoi genitori a Birkenau, dai quali è stato separato al loro
arrivo. A sua volta Hugo Fischer chiederà aiuto all’Obersturmführer
Tristan Voigt, un altro personaggio emblematico e ricco di sfaccettature
inaspettate. Gioele durante le sue esplorazioni ricorda le origini, aneddoti
familiari, momenti che sembrano lontanissimi e inafferrabili, e la sua
ingenuità è commovente.
Nel romanzo emergono brutali la leggerezza,
l’assenza di rimorso, l’indifferenza e il sadico piacere con cui gli ebrei
vengono torturati e disumanizzati e con cui le SS, le SS-Helferinnen e
le SS-Totenkopfverbände (“Unità testa di morto”) compiono orrori,
omicidi e violenze su quelli che con disprezzo e scherno vengono definiti
“pezzi”, o “detenuti” il cui unico crimine è di professare una religione
“sbagliata”.
La storia è nota, le testimonianze sono
numerose e anche il cinema e la letteratura sono ricchi di esempi sul tema, ma
ogni volta che mi capita di imbattermi in un’opera del genere, vengo colta
dalla sopraffazione, dalla nausea, dall’orrore e non mi capacito come un essere
umano possa essere così feroce e abietto. Non c’è una parola con cui si possano
descrivere le brutalità gratuite, la ferocia, il disprezzo o il sadismo con cui
le SS si accaniscono sugli ebrei, in nome di un’ideologia guasta e intaccata
dalla follia. “Hitler voleva una gioventù brutale, intrepida e crudele capace
di far tremare il mondo” ed è così che i suoi seguaci si comportano, come
sudditi ciechi, subendo il fascino del carismatico dittatore trascinati dalla
sua follia. Anche se in alcuni casi più con cieca ubbidienza che non per una
reale condivisione degli ideali, per paura e vigliaccheria, usando i simboli
nazisti come scudo per la propria incolumità: così anche si comporta Hugo
Fischer, la cui vita è una contraddizione, che non condivide i principi della
Shoah, prova impotenza, amarezza, disgusto e, si sente impotente e connivente.
“Mi manca sempre il coraggio”, pensa di sé, mentre si porta dietro l’afflizione
di non riuscire mai a fare la cosa giusta, avendo sempre sacrificato la morale
alla carriera: soltanto fingendo devozione e simulando di abbracciare quegli
ideali, con il simbolo nazista sull’accendino, è arrivato dov’è, ma in cuor suo
si sente vigliacco e arrivista e gli si affaccia continuamente alla mente un ricordo
in particolare, il primo di una lunga serie di vigliaccherie.
Sono evidenti i contrasti tra gli orrori del
campo e le cose belle che nonostante tutto esistono anche lì, come una speranza
di salvezza dell’umanità: l’amore vissuto in segreto per salvaguardare la vita,
i buoni sentimenti, la bellezza estetica, delicata o prorompente di alcuni
personaggi, l’ingenuità infantile, come se anche nell’anus mundi possa
conservarsi qualcosa che non sia stato intaccato dal nero della morte. In crudele
contrasto col campo anche Solahütte, la località di vacanza dove il
personale di Auschwitz passa il Natale del 1943: il clima festoso e allegro, la
spensieratezza e gli addobbi sono un ulteriore segno di disprezzo nei confronti
degli “internati” dei Lager. Nei Campi, che distano meno di 20 Km, l’aria è
densa di morte e l’odore acre e dolciastro di carne bruciata appesta l’aria, la
cenere dei crematori impasta la neve e la rende grigia, mentre a Solahütte
i bambini, ignari di ciò che i loro genitori stanno compiendo poco lontano,
cantano canzoni di Natale e mangiano dolci, tra una carezza e un sorriso, prima
di scartare i loro costosi regali.
I riferimenti storici sono reali e le
descrizioni sono vivide, realistiche, come una testimonianza diretta, quasi
come una cronaca, un documentario, più che un romanzo di fantasia. Trasportano
il lettore direttamente nella storia. Centrali alla vicenda sono gli
esperimenti del Doktor Josef Mengele e degli altri medici come, per
esempio, Carl Clauberg (realmente esistiti), condotti sugli ebrei come cavie:
sui “conigli ebrei”, su “ratti e conigli giudei”, soprattutto sui bambini, in
particolare gemelli, e sulle donne nel tentativo di cercare un metodo efficace,
rapido ed economico per la sterilizzazione non chirurgica.
Inseriti in questo contesto divulgativo l’omicidio
e la sua risoluzione, il percorso investigativo, le prove, i depistaggi: un
thriller ben costruito, forse un po’ oscurato dalla potenza dell’ambientazione
che cattura largamente l’attenzione del lettore, ma comunque di tutto rispetto,
che non ha molto da invidiare ad altri romanzi contemporanei del genere.
Il romanzo è ricco di metafore e similitudini,
in cui l’elemento di paragone è sempre negativo, cupo, greve, a rendere ancora
più spiacevole il clima presentato. L’utilizzo dei nomi originali tedeschi di
luoghi e ruoli lo rendono ancora più vero più realistico.
Un romanzo di dolore, ingiustizia, lotta e
resistenza, di paura, rassegnazione, impotenza, ubbidienza, barbarie, umiliazione,
odio e disprezzo, ma anche di amore e sentimenti buoni, di affetto, di riscatto
e sopravvivenza.
Un romanzo che rievoca fantasmi e ombre ma che
saprà arrivare dritto al cuore con prepotenza e ferocia. Quando l’ho finito,
sentivo che mi mancava, ne avevo nostalgia: mi mancava immergermi nelle pagine,
nonostante il dolore, l’iniquità, l’orrore, mi ero affezionata ai personaggi
con le loro debolezze, o la loro forza, e separarmene è stato difficile, come
chiudere gli occhi o volgere altrove lo sguardo: invece tutto ciò che possiamo
fare è non dimenticare.
Leggetelo.
Vincete il disgusto per questi atti
esecrabili, per l’abominio.
Vincete la paura di soffrire, di non
sopportare il dolore.
Ne vale la pena.










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