LE NOSTRE RECENSIONI


[REVIEW PARTY]: IL BAMBINO CHE DISEGNAVA LE OMBRE DI ORIANA RAMUNNO




 


 IL BAMBINO CHE DISEGNAVA LE OMBRE


                                                                   di Oriana RAMUNNO






Prezzo:
18 €  | Ebook: 9,99 € |
Pagine: 384 | Genere:  Thriller storico |
Editore:  Rizzoli 
Data di pubblicazione: 30 marzo 2021

Trama

Dicembre 1943. Nevica ad Auschwitz quando arriva Hugo Fischer, investigatore di punta della Kriminalpolizei. Deve scoprire l’assassino del Dottor Sigismund Braun, pediatra e collega di Josef Mengele, con cui stava portando avanti crudeli esperimenti sui gemelli ebrei. Herr Fischer non è pronto a ciò che lo aspetta: le voci che a Berlino circolano sui Lager non rendono giustizia agli orrori di cui sarà testimone, del resto scoprirà presto che Auschwitz “non è per tutti”. Dalla risoluzione del caso dipende la sua carriera, e nonostante il dolore alla gamba che si fa a tratti insopportabile e il bastone che ne limita i movimenti, le bugie e i depistaggi dei militari, e la crudeltà deviata dei nazisti, ce la mette tutta, combattuto tra scoprire la verità e fuggire il più lontano possibile. Al suo fianco, Gioele, un bambino ebreo che lo aiuta grazie a sorprendenti abilità nel disegno: li legherà una improbabile amicizia, proprio mentre Fischer si addentra sempre più nell’inferno. 
   

IL MIO PENSIERO SUL LIBRO

Quando ho scelto di partecipare al Rewiew Party del thriller storico “Il bambino che disegnava le ombre”, l’ho fatto a scatola chiusa. Per me è la prima volta, quindi mi sono detta: “Perché no? Proviamo!”. Non avevo ancora la trama, ma del resto, si tratta di un genere che amo e leggo spesso, quindi ho accettato.

Quando poi ho ricevuto e letto la sinossi mi si è gelato il sangue: sono mamma di due gemelli che compiono 5 anni proprio in questi giorni, Lorenzo e… Gioele! Potete immaginare con quale stato d’animo mi accingevo a cominciarne la lettura.

Dopo le prime pagine, poi, dopo uno dei primi sadici e inumani episodi descritti, ho tratto un profondo respiro e ho pensato: “Spero di riuscire ad arrivare alla fine”.

In 4 giorni l’ho divorato.

Letteralmente.

Non riuscivo a smettere di leggerlo, mi ha catturata fin dalle prime pagine. E non per il senso di macabra curiosità che spinge sempre l’essere umano verso i dettagli più sordidi e raccapriccianti di ogni fatto di cronaca perverso e violento, ma perché davvero attira il lettore come una calamita, come il canto maligno di una sirena. Scorrevole, intrigante, toccante e saturo di emozioni sia positive che negative, dosate al punto giusto in perfetto equilibrio.

Il thriller è ben inserito nella cornice storica, che fa sicuramente più orrore della trama, e anche se è ben costruito e i colpi di scena di susseguono per 380 pagine, e nonostante l’omicidio e la sua risoluzione siano importanti e il percorso investigativo intrigante, sembra quasi che la trama poliziesca sia solo un pretesto, in realtà, una scusa per raccontare ben altro. Gli orrori, le barbarie i riferimenti storici si fanno strada prepotenti nella narrazione, ne vengono incorporati, ed entrano a far parte a pieno titolo della trama, anche perché il percorso investigativo subisce rallentamenti, intoppi e difficoltà a causa del campo e della sua struttura, della sua ideologia e dall’esistenza stessa.

I personaggi che ruotano all’interno della storia sono numerosi e ognuno è caratterizzato perfettamente, con le sue porzioni di luci e ombre. Protagonisti Hugo Fischer, ariano claudicante collaboratore della Kriminalpolizei, per la quale investiga e risolve crimini con numerosi successi al suo attivo. Tiene sempre una fiala di morfina in tasca, una coperta di Linus, quando la malattia gli morde la schiena con le sue riacutizzazioni. Il bastone come una parte di sé e un dolore che non lo abbandona mai gli rendono difficile ogni spostamento.

Accanto a lui, Gioele Errera, bambino italiano ebreo, uno dei gemelli di zio Mengele, sveglio e curioso, coccolato e viziato dal medico.

Ma pur sempre ebreo.

La sua eterocromia oculare lo rende un privilegiato, che può muoversi liberamente all’interno del Blocco 10 e con le sue doti nel disegno, aiuterà molto Fischer nella risoluzione del caso, fornendogli dei particolari fondamentali. Il bambino non ha piena consapevolezza di ciò che accade attorno a lui e in cambio delle informazioni chiede a Herr Fischer di trovare i suoi genitori a Birkenau, dai quali è stato separato al loro arrivo. A sua volta Hugo Fischer chiederà aiuto all’Obersturmführer Tristan Voigt, un altro personaggio emblematico e ricco di sfaccettature inaspettate. Gioele durante le sue esplorazioni ricorda le origini, aneddoti familiari, momenti che sembrano lontanissimi e inafferrabili, e la sua ingenuità è commovente.

 

Nel romanzo emergono brutali la leggerezza, l’assenza di rimorso, l’indifferenza e il sadico piacere con cui gli ebrei vengono torturati e disumanizzati e con cui le SS, le SS-Helferinnen e le SS-Totenkopfverbände (“Unità testa di morto”) compiono orrori, omicidi e violenze su quelli che con disprezzo e scherno vengono definiti “pezzi”, o “detenuti” il cui unico crimine è di professare una religione “sbagliata”.

La storia è nota, le testimonianze sono numerose e anche il cinema e la letteratura sono ricchi di esempi sul tema, ma ogni volta che mi capita di imbattermi in un’opera del genere, vengo colta dalla sopraffazione, dalla nausea, dall’orrore e non mi capacito come un essere umano possa essere così feroce e abietto. Non c’è una parola con cui si possano descrivere le brutalità gratuite, la ferocia, il disprezzo o il sadismo con cui le SS si accaniscono sugli ebrei, in nome di un’ideologia guasta e intaccata dalla follia. “Hitler voleva una gioventù brutale, intrepida e crudele capace di far tremare il mondo” ed è così che i suoi seguaci si comportano, come sudditi ciechi, subendo il fascino del carismatico dittatore trascinati dalla sua follia. Anche se in alcuni casi più con cieca ubbidienza che non per una reale condivisione degli ideali, per paura e vigliaccheria, usando i simboli nazisti come scudo per la propria incolumità: così anche si comporta Hugo Fischer, la cui vita è una contraddizione, che non condivide i principi della Shoah, prova impotenza, amarezza, disgusto e, si sente impotente e connivente. “Mi manca sempre il coraggio”, pensa di sé, mentre si porta dietro l’afflizione di non riuscire mai a fare la cosa giusta, avendo sempre sacrificato la morale alla carriera: soltanto fingendo devozione e simulando di abbracciare quegli ideali, con il simbolo nazista sull’accendino, è arrivato dov’è, ma in cuor suo si sente vigliacco e arrivista e gli si affaccia continuamente alla mente un ricordo in particolare, il primo di una lunga serie di vigliaccherie.

Sono evidenti i contrasti tra gli orrori del campo e le cose belle che nonostante tutto esistono anche lì, come una speranza di salvezza dell’umanità: l’amore vissuto in segreto per salvaguardare la vita, i buoni sentimenti, la bellezza estetica, delicata o prorompente di alcuni personaggi, l’ingenuità infantile, come se anche nell’anus mundi possa conservarsi qualcosa che non sia stato intaccato dal nero della morte. In crudele contrasto col campo anche Solahütte, la località di vacanza dove il personale di Auschwitz passa il Natale del 1943: il clima festoso e allegro, la spensieratezza e gli addobbi sono un ulteriore segno di disprezzo nei confronti degli “internati” dei Lager. Nei Campi, che distano meno di 20 Km, l’aria è densa di morte e l’odore acre e dolciastro di carne bruciata appesta l’aria, la cenere dei crematori impasta la neve e la rende grigia, mentre a Solahütte i bambini, ignari di ciò che i loro genitori stanno compiendo poco lontano, cantano canzoni di Natale e mangiano dolci, tra una carezza e un sorriso, prima di scartare i loro costosi regali.

I riferimenti storici sono reali e le descrizioni sono vivide, realistiche, come una testimonianza diretta, quasi come una cronaca, un documentario, più che un romanzo di fantasia. Trasportano il lettore direttamente nella storia. Centrali alla vicenda sono gli esperimenti del Doktor Josef Mengele e degli altri medici come, per esempio, Carl Clauberg (realmente esistiti), condotti sugli ebrei come cavie: sui “conigli ebrei”, su “ratti e conigli giudei”, soprattutto sui bambini, in particolare gemelli, e sulle donne nel tentativo di cercare un metodo efficace, rapido ed economico per la sterilizzazione non chirurgica.

Inseriti in questo contesto divulgativo l’omicidio e la sua risoluzione, il percorso investigativo, le prove, i depistaggi: un thriller ben costruito, forse un po’ oscurato dalla potenza dell’ambientazione che cattura largamente l’attenzione del lettore, ma comunque di tutto rispetto, che non ha molto da invidiare ad altri romanzi contemporanei del genere.

Il romanzo è ricco di metafore e similitudini, in cui l’elemento di paragone è sempre negativo, cupo, greve, a rendere ancora più spiacevole il clima presentato. L’utilizzo dei nomi originali tedeschi di luoghi e ruoli lo rendono ancora più vero più realistico.

Un romanzo di dolore, ingiustizia, lotta e resistenza, di paura, rassegnazione, impotenza, ubbidienza, barbarie, umiliazione, odio e disprezzo, ma anche di amore e sentimenti buoni, di affetto, di riscatto e sopravvivenza.

Un romanzo che rievoca fantasmi e ombre ma che saprà arrivare dritto al cuore con prepotenza e ferocia. Quando l’ho finito, sentivo che mi mancava, ne avevo nostalgia: mi mancava immergermi nelle pagine, nonostante il dolore, l’iniquità, l’orrore, mi ero affezionata ai personaggi con le loro debolezze, o la loro forza, e separarmene è stato difficile, come chiudere gli occhi o volgere altrove lo sguardo: invece tutto ciò che possiamo fare è non dimenticare.

Leggetelo.

Vincete il disgusto per questi atti esecrabili, per l’abominio.

Vincete la paura di soffrire, di non sopportare il dolore.

Ne vale la pena.











Commenti