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RECENSIONE: ANNI PERDUTI DI CRISTIAN FORNERIS

 


 ANNI PERDUTI


                                                                   di Cristian FORNERIS





Prezzo: 18,00 €  | Ebook: --|
Pagine: 322 | Genere: Romanzo   |
Editore: LuoghInteriori  
Data di pubblicazione: 10 dicembre 2020


Trama

A Demonte, un paesino del cuneese, Erik e i suoi amici sono bambini ingenui che crescono in fretta. È la fine degli anni Settanta e ben presto arriveranno gli Ottanta e con essi il degrado e le droghe pesanti, le morti per overdose da eroina, lo spaccio e l’alcolismo. Erik, Luca, Giorgio e Alessandro sono i Superboys nel 1982 in un parco giochi di primavera, ma anche i migliori subiscono il bullismo, la violenza, il passare del tempo e il fascino del proibito e le loro strade ben presto si dividono. Irrimediabilmente. 


   
IL MIO PENSIERO SUL LIBRO

Narrato in prima persona ma frutto della fantasia dell’autore, come egli stesso scrive in una nota a fine romanzo, “Anni perduti” racconta un decennio oscuro che ha segnato l’esistenza di numerosi adolescenti smarriti, giovani che non hanno saputo resistere al richiamo del proibito e del dolore e hanno ceduto alle lusinghe della dipendenza. Attraverso gli occhi ingenui ma cresciuti troppo in fretta del protagonista, una lucida cronaca di quegli anni che trasuda dolore, rimpianto, paura, rammarico e smarrimento, odio e tristezza, e alterna aneddoti dal sapore reale a descrizioni vivide e a una dimensione onirica che si fonde con elementi concreti, il tutto mescolato a riferimenti storico-politico-sociali del tempo, creando un amalgama che contestualizza la storia in un incastro perfetto, sfumando contorni e confini. I pensieri sono appoggiati sulla carta alla rinfusa a rincorrersi, riversati senza logica insieme a ricordi e aneddoti sparsi, affinché il lettore possa usufruirne, interiorizzarli e metabolizzarli nella misura che riesce a sopportare.

Gli anni 80, infatti, furono gli anni dei look eccessivi, tanto nel make-up quanto nei capelli. Furono gli anni dell'immaginazione sfrenata sul futuro e dei sogni disattesi di una generazione. I colori fluo, le linee geometriche stravaganti e il desiderio di essere a tutti i costi sopra le righe erano all'ordine del giorno”.

Gli elementi chiave del romanzo sono il bullismo, la violenza, la tossicodipendenza, l’alcolismo, il body shaming, l’infanzia rubata e perduta, le dipendenze precoci, ribellione e anticonformismo, dove le immagini forti e crudeli lo rendono a tratti una testimonianza indiretta di una realtà che troppo spesso cerchiamo – e abbiamo cercato – di ignorare, con uno stile asciutto e diretto, dove la verità è sbattuta in faccia senza fronzoli e senza edulcorarla.

Lo stile è semplice ma intenso, tagliente, duro, secco, cupo, riflessivo, con un andamento sinusoidale che alterna momenti in cui è rapido, incalzante, ansiogeno, ad altri in cui invece scorre pigro e indolente e si trascina sonnolento.

Una denuncia al degrado e al silenzio, quando nei paesini il problema delle dipendenze era silenzioso e sotterraneo, o al massimo gli eroinomani erano soltanto una piaga sociale, una macchia curricolare e i programmi di aiuto erano ancora appannaggio delle associazioni caritatevoli religiose.

“Credo che quegli anni furono la rovina di un’intera generazione di adolescenti che crebbero con il tormento della droga e che furono lasciati soli dalle istituzioni”.

Un romanzo sulla perdita e sul dolore, dove esperienze dannose e troppo dolorose per l’inconscio dei bambini che le hanno vissute creano un bagaglio di ferite fisiche e morali che diventa terreno fertile per l’infelicità e la ricerca di qualche cosa che possa colmare un vuoto interiore diventato insaziabile, in una spirale di autodistruzione. Un romanzo in cui viene messa in dubbio la fede in un Dio che non risponde mai e non protegge i suoi figli, abbandonandoli mentre gettano al vento il loro futuro sprofondando sempre più nella loro dannazione.

Luca è segnato dalle esperienze infantili negative “ci rimase dentro” […] “Non riusciva a uscire dal suo incubo” così da cercare altrove rifugio da un mondo oscuro e pieno di terrore, dove il futuro è cieco e lo sguardo non può che volgersi verso l’abisso.

Erik dal canto suo fugge, non resta a lungo preda dell’immobilità e scappa da Demonte, cercando altrove e in altri modi di fuggire al demone della sofferenza, per poi restare soffocato dal senso di colpa.

Un romanzo che lascia il segno e pungola il pensiero, che dà il via a riflessioni amare, che libera domande e apre gli occhi: se in quegli anni il fenomeno della dipendenza diventava un problema importante e assumeva dimensioni tali per cui un intervento delle istituzioni cominciava a rendersi necessario, lo stesso sta accadendo nuovamente oggi, quando la soglia dell’attenzione è un po’ calata e le nuove generazioni riprendono le stesse abitudini pericolose, anche se le sostanze sono – ma non è detto – diverse.

Non è sicuramente una lettura spensierata e leggera da fare sotto l’ombrellone, ma lo consiglio perché il passato non va dimenticato, anche quando è greve, fastidioso o doloroso e apre ferite.




















Ringrazio LuoghiInteriori per la copia cartacea del romanzo.

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