RECENSIONE: ANNI PERDUTI DI CRISTIAN FORNERIS
Prezzo: 18,00 € | Ebook: -- € |
Data di pubblicazione: 10 dicembre 2020
A Demonte, un paesino del cuneese, Erik e i suoi amici sono bambini ingenui che crescono in fretta. È la fine degli anni Settanta e ben presto arriveranno gli Ottanta e con essi il degrado e le droghe pesanti, le morti per overdose da eroina, lo spaccio e l’alcolismo. Erik, Luca, Giorgio e Alessandro sono i Superboys nel 1982 in un parco giochi di primavera, ma anche i migliori subiscono il bullismo, la violenza, il passare del tempo e il fascino del proibito e le loro strade ben presto si dividono. Irrimediabilmente.
Narrato in prima persona ma frutto della
fantasia dell’autore, come egli stesso scrive in una nota a fine romanzo, “Anni
perduti” racconta un decennio oscuro che ha segnato l’esistenza di numerosi
adolescenti smarriti, giovani che non hanno saputo resistere al richiamo del
proibito e del dolore e hanno ceduto alle lusinghe della dipendenza. Attraverso
gli occhi ingenui ma cresciuti troppo in fretta del protagonista, una lucida cronaca
di quegli anni che trasuda dolore, rimpianto, paura, rammarico e smarrimento, odio
e tristezza, e alterna aneddoti dal sapore reale a descrizioni vivide e a una
dimensione onirica che si fonde con elementi concreti, il tutto mescolato a
riferimenti storico-politico-sociali del tempo, creando un amalgama che
contestualizza la storia in un incastro perfetto, sfumando contorni e confini. I
pensieri sono appoggiati sulla carta alla rinfusa a rincorrersi, riversati senza
logica insieme a ricordi e aneddoti sparsi, affinché il lettore possa
usufruirne, interiorizzarli e metabolizzarli nella misura che riesce a
sopportare.
“Gli anni 80, infatti, furono gli anni dei look
eccessivi, tanto nel make-up quanto nei capelli. Furono gli anni dell'immaginazione
sfrenata sul futuro e dei sogni disattesi di una generazione. I colori
fluo, le linee geometriche stravaganti e il desiderio di essere a tutti i costi
sopra le righe erano all'ordine del giorno”.
Gli elementi chiave del romanzo sono il
bullismo, la violenza, la tossicodipendenza, l’alcolismo, il body shaming, l’infanzia
rubata e perduta, le dipendenze precoci, ribellione e anticonformismo, dove le
immagini forti e crudeli lo rendono a tratti una testimonianza indiretta di una
realtà che troppo spesso cerchiamo – e abbiamo cercato – di ignorare, con uno
stile asciutto e diretto, dove la verità è sbattuta in faccia senza fronzoli e
senza edulcorarla.
Lo stile è semplice ma intenso, tagliente,
duro, secco, cupo, riflessivo, con un andamento sinusoidale che alterna momenti
in cui è rapido, incalzante, ansiogeno, ad altri in cui invece scorre pigro e
indolente e si trascina sonnolento.
Una denuncia al degrado e al silenzio, quando nei
paesini il problema delle dipendenze era silenzioso e sotterraneo, o al massimo
gli eroinomani erano soltanto una piaga sociale, una macchia curricolare e i
programmi di aiuto erano ancora appannaggio delle associazioni caritatevoli
religiose.
“Credo che quegli anni furono la rovina di un’intera
generazione di adolescenti che crebbero con il tormento della droga e che
furono lasciati soli dalle istituzioni”.
Un romanzo sulla perdita e sul dolore, dove
esperienze dannose e troppo dolorose per l’inconscio dei bambini che le hanno
vissute creano un bagaglio di ferite fisiche e morali che diventa terreno fertile per l’infelicità e la ricerca di qualche cosa che possa
colmare un vuoto interiore diventato insaziabile, in una spirale di
autodistruzione. Un romanzo in cui viene messa in dubbio la fede in un Dio che
non risponde mai e non protegge i suoi figli, abbandonandoli mentre gettano al
vento il loro futuro sprofondando sempre più nella loro dannazione.
Luca è segnato dalle esperienze infantili negative
“ci rimase dentro” […] “Non riusciva a uscire dal suo incubo” così da cercare altrove
rifugio da un mondo oscuro e pieno di terrore, dove il futuro è cieco e lo
sguardo non può che volgersi verso l’abisso.
Erik dal canto suo fugge, non resta a lungo
preda dell’immobilità e scappa da Demonte, cercando altrove e in altri modi di
fuggire al demone della sofferenza, per poi restare soffocato dal senso di
colpa.
Un romanzo che lascia il segno e pungola il pensiero, che dà il via a
riflessioni amare, che libera domande e apre gli occhi: se in quegli anni il
fenomeno della dipendenza diventava un problema importante e assumeva dimensioni
tali per cui un intervento delle istituzioni cominciava a rendersi necessario, lo
stesso sta accadendo nuovamente oggi, quando la soglia dell’attenzione è un po’
calata e le nuove generazioni riprendono le stesse abitudini pericolose, anche
se le sostanze sono – ma non è detto – diverse.
Non è sicuramente una lettura spensierata e leggera da fare sotto l’ombrellone,
ma lo consiglio perché il passato non va dimenticato, anche quando è greve,
fastidioso o doloroso e apre ferite.









Commenti
Posta un commento