Recensione: Mastro Titta e l’Accusa del Sangue di Nicola Verde.
di Nicola Verde.
Prezzo: € 14,90 | Ebook: € 6,99 |
Trama
Conosco Nicola Verde come scrittore della casa Editrice Frilli, ma non conoscevo i suoi Gialli storici, dove un attento e scrupoloso boia in pensione, Mastro Titta, risolve casi scomodi che la società vorrebbe mettere nel dimenticatoio trovando un capro espiatorio qualsiasi.
Questo libro mi ha affascinato non solo perché si svolge in una Roma ottocentesca con un protagonista d’eccezione, ma soprattutto perché unisce la mia passione per i gialli con quella dei romanzi storici, un connubio a mio avviso molto interessante.
Ernesto Mezzabotta raccoglie le memorie di Giambattista Bugatti detto Mastro Titta, il boia della Roma papalina che nella sua vita ha giustiziato più di cinquecento persone.
Mastro Titta racconta di quando a Roma fu rapito un neonato, figlio di un ebreo francese che è stato sottoposto a un battesimo forzato.
Questo caso assomiglia molto ad un altro, quello del famoso caso Mortara, rapito dai soldati pontifici e condotto nella casa dei catecumeni per allevarlo nella fede cristiana.
Questo neonato avrà avuto la stessa sorte o il fatto che sia sparita con lui anche la sua nutrice sta a significare che è un caso di rapimento a sfondo affettivo per non farlo cadere nelle mani papaline?
E se invece fosse vera la diceria che gli ebrei usano il sangue dei neonati cristiani per impastare il loro pane azzimo?
Mastro Titta insieme ai suoi due amici Amilcare Laudadio, ispettore di polizia di Borgo, e Giuseppe Marocco d’Imola, poeta e tornitore cercheranno di svelare il mistero.
Mastro Titta ovvero Giambattista Bugatti è stato il boia della Roma papalina per circa settanta anni, ora che è a riposo vive sopra la bottega dove svolgeva anche il suo lavoro di ombrellaio.
È un uomo convinto di aver fatto giustizia in nome di Dio, e per questa sua convinzione decide di dettare le sue memorie ad Ernesto Mezzabotta.
La sua vita è stata segnata dalla solitudine, in quanto nessuna donna ha accettato di essere la moglie del boia, e forse nella sua anima se ne rammarica, alcune volte pensa a come sarebbe stata la sua vita se non avesse accettato quel pesante incarico che lo ha reso fiero ma anche molto temuto.
È un uomo con un grande senso di giustizia che lo porta a rincorrere fino in fondo la verità, anche quando sembra che non ci sia più speranza di conoscerla.
Un personaggio che, per chi come me ha visto a teatro il musical “Rugantino” e ne conosce la storia, è impossibile non immaginarselo con la faccia e la corporatura di Aldo Fabrizi.
Ben descritto e caratterizzato è la colonna portante del romanzo, il personaggio di riferimento con il quale il lettore riesce a instaurare una sorta di empatia, nonostante ovviamente il suo lavoro di boia non lo renda particolarmente accattivante.
La lettura è scorrevole e piacevole, lo stile è chiaro, a tratti introspettivo altri descrittivo, volto comunque a dare la sensazione al lettore di vivere l’atmosfera del tempo descritto.
I dialoghi e le descrizioni si alternano, donando un ritmo alla lettura non troppo serrato, giusto per una indagine portata avanti da due “ vecchietti” e un giovanotto.
Ben descritta l’ambientazione, si sente l’odore di piscio stantio delle vie di Roma, il fetore della sporcizia dei mendicanti e la confusione delle bettole romane.
Si percepisce che l’autore ha intrapreso uno studio accurato del tempo che descrive, e anche i personaggi, nonostante non siano tutti reali sono accuratamente verosimili.
Un romanzo da leggere in estate, dopo aver passeggiato nelle vie del centro di Roma, oppure dopo aver assaporato un bel piatto di coda alla vaccinara contornata da un buon vino rosso.
Consigliato a tutti coloro che vogliono provare l’ebrezza di leggere un giallo storico di qualità.
E mezzo









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