Recensione: Il pittore scozzese di F. Sanders
Trama
Il Pittore Scozzese è un romanzo che parla di eredità, non solo materiali ma anche emotive, e soprattutto di quel vuoto sottile che nasce quando la vita che si abita non coincide con quella che si desidera. È una storia di fuga ma anche di ritorno, di inquietudini parallele e di due esistenze che, pur provenendo da mondi opposti, finiscono per rispecchiarsi l'una nell'altra.
Callum è il figlio di un celebre pittore scozzese e di una contessa romana: cresciuto nell'alta borghesia, immerso in privilegi che hanno il sapore di una gabbia dorata. L'affetto familiare è sempre stato distante, formale, e anche la sua relazione sentimentale rispecchia questa dinamica: un fidanzato freddo, manipolatore, più innamorato del potere e del denaro che della persona che ha accanto. Callum si muove in una vita che non sente sua, senza una direzione, sopraffatto da aspettative che non ha scelto. La morte improvvisa del padre segna una frattura. Gli ultimi quadri e la casa natale in Scozia diventano un'eredità carica di significati: osservando quei dipinti, Cal prova una nostalgia profonda per un luogo in cui non è mai stato, come se l'arte paterna parlasse direttamente a una parte di sé rimasta inascoltata. È così che decide di mollare tutto: lascia Roma, il fidanzato, e una madre che non riconosce più il figlio davanti a sé, e parte per la Scozia. Un gesto radicale, ma necessario.
Parallelamente incontriamo Keithen, che torna nella sua città natale scozzese dopo cinque anni di assenza. È l'opposto di Cal, almeno in apparenza: piercing, tatuaggi, un’aria sciatta e randagia. Non si nega gli eccessi: vive sesso, droga e alcol come anestetici contro un’inquietudine costante. Ha solo la sorella, unico legame familiare rimasto, e una scrittura poetica che non riesce a condividere: scrive, ma resta bloccato, come se le parole fossero troppo intime per essere viste.
Qui emerge uno dei nuclei più interessanti del romanzo: il parallelismo tra i due protagonisti. Cal disegna, ma tiene i suoi lavori nascosti; Keith scrive poesie, ma non le fa leggere a nessuno. Entrambi possiedono una voce creativa che resta silenziosa, soffocata dal passato e dalla paura di esporsi. Entrambi viaggiano, fuggono, ma il viaggio è anche una ricerca: di senso, di identità, di un luogo — fisico o emotivo — che possa finalmente essere chiamato casa.
L'incontro tra Cal e Keith avviene per caso. Keith, nel suo vagabondare, viene accolto da Cal assieme al cane randagio incontrato per strada. Da quel momento, la storia si costruisce sul lento e faticoso processo del fidarsi. Le barriere sono molte: differenze sociali, ferite personali, diffidenze radicate. Per Cal, l'incontro con Keith rappresenta l'inizio dell'uscita dalla sua zona di comfort; per Keith, Cal è una possibilità di stabilità che non soffoca, ma accoglie.
Cal arriva a interrogarsi persino sul senso di “stare” in un posto qualsiasi, incapace di capire dove appartenga davvero. Ed è proprio qui che la relazione tra i due diventa una chiave di volta: non una salvezza romantizzata, ma uno spazio condiviso in cui guardarsi senza maschere. Ognuno diventa per l'altro uno specchio e un appiglio, un modo per rileggere il proprio passato e concedersi di non essere perfetto.
Il Pittore Scozzese racconta come si possa essere plasmati da un passato impegnativo senza esserne condannati per sempre. Cal e Keith non si “aggiustano” a vicenda, ma imparano lentamente a permettersi di ricostruirsi. La loro inquietudine comune diventa un terreno di incontro, non più solo una ferita. Ed è in questa fiducia fragile ma ostinata che il romanzo trova la sua voce più autentica: quella di chi, pur senza certezza, sceglie di restare e di provarci.









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