Recensione: Maybe I like him di Serena Soretti
Trama
Nel panorama dei romanzi young adult contemporanei, Maybe I Like Him si inserisce come una storia di formazione tenera e autentica, capace di raccontare l’adolescenza senza filtri ma con grande delicatezza.
Al centro della narrazione ci sono due ragazzi del liceo che sembrano orbitare su pianeti opposti. Valerio è “quello strano”: veste dark, si trucca, si isola dal resto della classe. Per tutti lui è Manenti, come se conoscere e pronunciare il suo nome proprio fosse l’indicatore di un rapporto personale. È il bersaglio facile dei pregiudizi, l’etichetta pronta sulla bocca di tutti. Matteo, al contrario, è il buffone, quello con la parlata a macchinetta che fa ridere, che alleggerisce l’atmosfera. Vive un po’ all’ombra di un padre freddo e distante, e sotto lo sguardo vigile della sorella gemella, acida quanto basta per essere il suo grillo parlante ma complice quanto basta per leggergli quasi nel pensiero.
Quando un compito estivo costringe Matteo e Valerio a lavorare insieme, l’incontro è tutt’altro che idilliaco. Non si conoscono, non si capiscono, si osservano con diffidenza. Matteo è concentrato sulla ragazza più carina della classe, convinto che conquistarla sia il traguardo da raggiungere. Eppure il suo sguardo indugia anche altrove, sui ragazzi. È solo curiosità? È bisessuale e non ancora consapevole di sé? Il romanzo non impone etichette, ma accompagna il lettore nel percorso interiore di Matteo, fatto di confusione, negazione e improvvise illuminazioni. Valerio ha trasformato il trucco, gli abiti scuri e l’atteggiamento distante in una corazza. Una maschera per evitare di essere visto, per non lasciare che il mondo tocchi le sue fragilità. Ma quando incontra qualcuno che lo guarda oltre quella maschera, che lo vede nonostante tutto, qualcosa cambia. Con Matteo non sente più la necessità di nascondersi.
Uno dei momenti significativi nella crescita del loro rapporto è il modo in cui Matteo pensa a Valerio. All’inizio lo chiama, anche nei suoi pensieri, con il cognome: una forma di distanza, una barriera emotiva. Il cognome è più freddo, più impersonale, più sicuro. Poi, quasi senza accorgersene, Matteo inizia a chiamarlo Valerio anche nella propria mente. È un dettaglio apparentemente piccolo, ma narrativamente è enorme. Perché in quel passaggio c’è tutta la sua crescita emotiva. Chiamarlo per nome significa riconoscerlo come qualcuno di importante, di vicino, di reale.
Nel rapporto tra Matteo e Valerio, il dialogo diventa fondamentale. Così come pure la sua assenza. I non detti, le paure di esporsi, il timore di essere giudicati o respinti creano distanza. Il romanzo mostra quanto sia difficile per due adolescenti comunicare davvero quando si ha paura di ciò che si prova.
Matteo, dal canto suo, scopre che l’idealizzazione non regge la prova della realtà. La relazione con la ragazza dei suoi sogni non è come l’aveva immaginata. E allora il dubbio si insinua: il problema è lei, o è quel pensiero ricorrente di nome Valerio? È una domanda che fa paura, soprattutto quando Matteo pensa alla possibile reazione del padre.
Questo è un altro aspetto importante del libro. In adolescenza, i genitori vengono spesso percepiti come nemici, come figure che non capiscono, che impongono regole, che giudicano. Il romanzo affronta con grande realismo questo conflitto generazionale. Ma ciò che emerge è una verità più profonda: molte incomprensioni non nascono dalla mancanza d’amore, bensì dalla differenza di linguaggio e di vissuto. I genitori parlano con il bagaglio delle loro esperienze; i figli vivono in un mondo diverso, con codici emotivi e sociali differenti. Quando manca il dialogo, le distanze si amplificano. Il libro ricorda che crescere significa anche imparare a vedere i propri genitori come persone, non solo come autorità.
Pagina dopo pagina, il libro racconta la scoperta reciproca dei due ragazzi: interessi condivisi, confidenze sussurrate, ferite del passato che vengono finalmente nominate. Valerio trova il coraggio di aprirsi, di raccontare il dolore che si porta dietro. Matteo impara che essere se stesso significa anche accettare parti di sé che non aveva mai osato guardare davvero.
Attorno a loro si muove un coro di amici, alle prese con i primi amori, le gelosie, le insicurezze. È una cornice viva e credibile, che restituisce tutta la complicità e l’intensità dell’adolescenza: quel tempo in cui ogni emozione è assoluta, ogni sguardo pesa, ogni scelta sembra definitiva.
Maybe I Like Him è il racconto di due ragazzi che cercano un posto nel mondo dove poter essere semplicemente se stessi. E ci ricorda che, a volte, basta una persona che ci veda davvero per farci sentire finalmente liberi di esistere.










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