Recensione: Sotus di BitterSweet
Trama
SOTUS ci trasporta tra le aule e i cortili di una facoltà di ingegneria thailandese, dove vige un sistema tanto controverso quanto profondamente radicato: il SOTUS — acronimo di Seniority, Order, Tradition, Unity, Spirit — un insieme di valori trasmessi attraverso pratiche di iniziazione note come hazing.
Dietro la rigida facciata del sistema si cela un intento più profondo: insegnare ai nuovi studenti il lavoro di squadra, il rispetto per i veterani e la capacità di affidarsi gli uni agli altri. A incarnare queste dinamiche sono Kongpob, matricola intraprendente e fuori dagli schemi, e Arthit, capo hazer serio e riservato, che, pur non avendo l’indole del tiranno, prende molto sul serio il proprio ruolo.
Il loro scontro iniziale si trasforma presto in qualcosa di più complesso: un percorso fatto di attriti, crescita reciproca e sentimenti nascosti che faticano a trovare voce. Tra simboliche competizioni universitarie — come la gara per eleggere la “luna” e la “stella” della facoltà — e rituali carichi di significato, come la cerimonia del braccialetto e la conquista del GEAR (l’ingranaggio simbolico degli studenti di ingegneria), si dipana una storia fatta di emozioni trattenute e coraggio emotivo.
Una dichiarazione spiazzante, ironica e rivelatrice, che apre una breccia nel muro di Arthit.
SOTUS è più di una semplice storia universitaria: è un racconto di formazione, sfida e amore che nasce dove meno te lo aspetti — tra gerarchie rigide e battiti di cuore inattesi.









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