Recensione: La stanza di Anna Maria Girolami
Trama
La Stanza non è un romanzo semplice, e forse non è nemmeno un romanzo nel senso più tradizionale del termine. È, prima di tutto, un luogo. Un soggetto narrativo che respira, osserva, accoglie e, soprattutto, custodisce. Una stanza grigio seta, sospesa sopra il caos di Bangkok, diventa per due uomini l’ultimo confine tra ciò che sono e ciò che il mondo pretende che siano.
C’è un unico giorno della settimana in cui vi entrano e tolgono tutto ciò che appare, tutto ciò che li definisce fuori da quelle pareti, per lasciare soltanto ciò che sono. Non conosciamo i loro nomi. Eppure conosciamo i loro ruoli, le loro identità pubbliche, il peso delle vite che conducono fuori dalla Stanza.
Lui è un pilastro: un nome importante, un direttore d’azienda costretto a rispettare l’immagine del dirigente spietato e il lignaggio familiare che lo precede e lo determina. L’Altro trascorre le sue giornate nella propria galleria d’arte, circondato da opere e dalla necessità di dare forma a ciò che gli altri guardano. Ma l’unica opera che davvero occupa i suoi pensieri è il corpo di Lui, quello che sente sotto le dita.
Tra loro ci sono il segreto e il silenzio. Ognuno porta con sé un passato che ha plasmato il presente. Eppure, dentro quelle pareti, per qualche ora, i ruoli sembrano invertirsi: non sono più gli uomini che il mondo ha costruito per loro, ma i protagonisti delle proprie vite.
È proprio questo contrasto tra l’identità pubblica e quella privata a costituire il nucleo del racconto. La Stanza diventa uno spazio di libertà, ma una libertà fragile, concessa soltanto per poche ore. Fuori ci sono il nome, il potere, la famiglia, il lavoro, le aspettative. Dentro, invece, rimane il corpo. Rimane il desiderio. Rimangono le paure, le imperfezioni e tutto ciò che non può essere mostrato altrove.
Il racconto procede per sottrazione. È un togliere il superfluo per arrivare all’essenziale, senza la pretesa di rendere i protagonisti perfetti o completamente comprensibili. Anzi, è proprio nelle loro imperfezioni che sembrano trovare una forma di autenticità. La Stanza non li trasforma: li spoglia. E nel momento in cui cadono le sovrastrutture, ciò che rimane è forse più difficile da sostenere di qualsiasi ruolo sociale.
Ma i mondi che i due hanno costruito separatamente finiscono inevitabilmente per incontrarsi nella vita reale. E quando accade, l’eco di quell’incontro si ripercuote anche nella Stanza. Il distacco che Lui impone fuori diventa il distacco che l’Altro porta dentro. Quello che per uno è una necessità per sopravvivere nel proprio mondo diventa, per l’altro, una ferita. E lentamente nasce una necessità opposta: inglobare la Stanza nella realtà, fare in modo che quel luogo sospeso non rimanga più separato dalla vita.
Perché questo accada, però, serve un punto di rottura. La Stanza è più di una storia d’amore clandestina. Diventa una riflessione sui confini che imponiamo a noi stessi, sulle identità che interpretiamo per gli altri e sulle difficoltà di portare nel mondo ciò che riusciamo a essere soltanto quando nessuno ci guarda.
Di queste vite conosciamo soltanto un frammento. Non abbiamo accesso a tutto il loro passato, né a tutto ciò che accadrà dopo. Siamo spettatori, come le luci della città che entrano dalla finestra e osservano senza poter intervenire. Guardiamo due uomini perdersi e ritrovarsi in uno spazio che, settimana dopo settimana, diventa rifugio, prigione, desiderio e possibilità.
Per questo La Stanza non è una storia che semplicemente si racconta e si legge. È una storia che si percepisce. Si percepisce nel silenzio, nella distanza tra due corpi, nel peso di una porta che si chiude, nella città che continua a vivere mentre, per qualche ora, il mondo sembra fermarsi. Si percepisce nel contrasto tra ciò che siamo costretti a essere e ciò che vorremmo poter essere. E forse il vero significato della Stanza è proprio questo: non essere un luogo in cui i protagonisti si nascondono, ma l’unico luogo in cui smettono di nascondersi, trovando, tra quella seta grigia, la forza di portare nel mondo i loro veri sé.









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