giovedì 16 febbraio 2017

Incontro con l'Autore... Carlos Ruiz Zafon


Il 4 dicembre ho avuto la possibilità di incontrare ed intervistare insieme ad altri blog Carlos Ruiz Zafon!

Zafon è una persona squisita, ha risposto ad ogni nostra domanda in maniera molto esaustiva ed ha il potere di render poesia anche la domanda più banale! Purtroppo però non parla spagnolo e ci sono rimasta malissimo :(


La mattina ho assistito alla presentazione del libro, purtroppo la fine per avere l'autografo era davvero immensa ed io ero con il mio bimbo quindi ho preferito aspettare il pomeriggio



Vi riporto alcune delle domande che gli sono state poste durante l'intervista!!



Qual è l’ispirazione che sta dietro al suo romanzo Il cimitero dei libri dimenticati?

Per me, la maggior parte delle storie iniziano con un’immagine. In questo caso l’immagine per l’intera serie di libri è questa misteriosa biblioteca, una biblioteca piena di libri dentro un palazzo. Così ho cercato di descrivere cos'era, cosa potesse significare per me. E ho realizzato che poteva essere una metafora per un luogo di cose messe da parte, dimenticate: non solo libri ma idee dimenticate, persone dimenticate, qualcosa che riguardava la memoria, l’identità degli esseri umani, ciò che siamo. È una questione di ricordi. Meno ricordiamo, meno esistiamo. Poi di questa storia ho costruito i caratteri, i personaggi, l’ambiente circostante… ma tutto è partito da quell'immagine.

Barcellona è la sua città natale, anche se lei ha trascorso tanto tempo a Los Angeles. Qual è il suo rapporto con la città di Barcellona e come la descriverebbe al lettore?

Barcellona è mia madre, come dico sempre. È la città dove sono nato e cresciuto e vissuto per gran parte della mia vita e ne sono orgoglioso. Ho vissuto per qualche tempo negli USA ma sono tornato spesso a Barcellona. Ne parlavo proprio stamattina, tutti gli scrittori a un certo punto della loro vita sentono il bisogno di tornare “a casa”; ritrovare il rapporto con il posto dove sei nato, dove sei diventato ciò che sei, dove sono le tue radici. Io l’ho fatto, e quando ho deciso di descriverla... quello che vedo è una grande città dalle tante identità e caratteri diversi. Per descriverne il carattere devi andare alla scoperta, esplorarne l’essenza mistica. Ho creato una Barcellona gotica, barocca, quella dei nobili. Volevo dare al lettore la possibilità di superare questa patina di città festosa, vacanziera. È innegabile che molta gente reputi Barcellona una meta per una vacanza veloce, la veda come una città dove andare a divertirsi nel weekend e poi tornare a casa. È vero, c’è un bel clima, è piena di caffè, club, negozi, posti divertenti. Questa è sicuramente una parte della città, uno dei volti di Barcellona, ma non ne è l’essenza. Ho voluto mostrare al lettore l’altra faccia, invitarlo a scoprirla entrando dalla porta sul retro…



Nel mondo del “Cimitero di libri dimenticati” molti dei personaggi sono scrittori (penso a Julian, Victor…) e nell’ultimo libro, oltre a questi nomi fittizi ci sono scrittori reali, in particolare lei menziona Carmen Laforet. Mi chiedevo quanta letteratura spagnola c’è nelle pagine dei suoi libri e quali autori hanno più importanza per la sua scrittura.

Sì, come ha detto lei sono menzionati diversi autori spagnoli. Carmen Laforet scrisse uno dei libri più importanti per la letteratura spagnola: “NADA” che parla della Barcellona degli anni '40, ed è uno dei più grandi romanzi del ventesimo secolo. La sua domanda è quanti di questi autori o di questi libri hanno influenzato questa mia serie… ciò che posso dire è che ovviamente nessuno scrittore esiste senza influenze dei grandi scrittori passati, e spesso tu sei una loro conseguenza. Nel caso del libro che lei ha nominato, NADA di Carmen Laforet mi ha sicuramente molto influenzato. Quando devo segnalare il libro che più può far comprendere la città di Barcellona, la reale città e non il posto turistico e vacanziero, io dico proprio NADA perché descrive nello specifico la città e la sua gente, ed è davvero un grande viaggio dentro la Barcellona nel 1940. È la storia di una ragazza che va a Barcellona per studiare e va a stare nella famiglia di suoi parenti e alcuni membri di questa famiglia sono pazzi, ed è un periodo terribile per lei. C’è la descrizione del tempo che lei passa con loro, in giro per la città. È un gran libro e sì, se penso ai vari autori spagnoli che si avvicinano alla mia sensibilità, il massimo è proprio Carmen Laforet. Un altro è Eduardo Mendoza. Lui ha fatto qualcosa di davvero grande per la letteratura spagnola, quando iniziò a scrivere negli anni '70, riportando la narrazione che era scomparsa dalla letteratura spagnola, e lui ha ricominciato a proporla. Quindi se devo dire due nomi importanti per me come scrittori, li scelgo entrambi.




Adesso che ha finito la serie non prova una specie di nostalgia per i suoi personaggi? E quando tornerà a scrivere libri per ragazzi?

Rispondo prima alla seconda domanda. Ho iniziato a scrivere libri per ragazzi per caso, è stato un incidente. Non avrei mai pensato di farlo, non era nei miei progetti. Non sapevo come fare, lo trovavo complicato e delicato. È successo che ho pubblicato il mio primo libro alla fine degli anni '90, che vinse un prestigioso premio spagnolo di letteratura giovane. Quando divenni uno scrittore a tempo pieno, e quindi cercavo di sopravvivere come tale, era difficile avere successo, ma ero molto consapevole e convinto, e volevo capire come gli altri scrittori facessero in un mondo in cui era facile sparire e temevo succedesse anche a me; ci si guardava l’un l’altro cercando di indovinare chi potesse essere il prossimo… ma nonostante il timore ho deciso di non saltare giù dal treno perché sapevo che stavo facendo bene. D’altra parte mi sentivo spaventato e pensavo: oddio scrivo libri per ragazzi, e non volevo farlo, non sapevo come poterlo fare, ma ho continuato e intanto tentavo di scrivere libri che fossero “per tutti”. Così ho smesso di scriverne e ho iniziato a scrivere qualcosa che veniva da me, non qualcosa che gli altri si aspettavano io scrivessi. Ogni cosa che ho scritto l’ho fatta pensando a chi amasse leggere, semplicemente. Non mi pongo il problema se il lettore ha l’età della patente o no. Ci sono giovani lettori molto maturi e ci sono adulti che, al contrario, non lo sono. Non mi chiedo più quale fascia di età può leggermi, la ragazza di 15 anni può essere più saggia e matura di un uomo anziano. Quello che conta è la percezione delle cose, e questo non dipende dall’età. I lettori sono lettori, non ha più significato l’età. Potrò scrivere ancora un libro per ragazzi, se mi verrà, pensando che è scritto apposta per loro e che potrà incoraggiarli a leggere e a trovare la propria strada come lettori. Deve venirmi spontaneo e perciò non lo scriverei con l’intenzione di trovare (guadagnarmi) popolarità tra i giovani. Forse lo farò, vedremo…

Volevo sapere di Fermín, della genesi di questo personaggio e quanto è stato difficile crearlo.

Beh, Fermín non è stato difficile da scrivere perché Fermín è parte di me, è sempre stato nella mia mente da quando ero adolescente. Penso che sia il 20-25% del mio cervello e alla fine ho trasformato quella parte di me in quel personaggio, piuttosto picaresco, secondo la relativa corrente letteraria che fa parte della tradizione spagnola. Una parte di difficoltà dello scrivere di lui è che Fermín è chiamato a essere sempre buffo, divertente e non è facile esserlo sempre, specialmente quando non lo sei, è una sensazione orribile. Fermín ha un grande numero di ruoli nella storia, uno di questi è di stare al centro degli avvenimenti e quando gli altri perdono la rotta o non capiscono più dove sono, lui riprende le fila, è un po’ la bussola della storia. Questo è uno dei ruoli, l’altro è un classico della letteratura che è quello del “matto” della storia, l’unico al quale è permesso dire sempre la verità senza essere preso sul serio. Se tu dici la verità e ti prendono seriamente, ti ammazzano. Ma lui è matto, lui è Fermín e può dire la verità e ciò che pensa sulla verità. Poi introduce elementi di satira, si sente obbligato a essere l’angelo custode di questo bambino, Daniel, ed è colui che gli dà elementi di saggezza, consigli su cosa fare con le donne, o nella vita. Fermín è un personaggio impegnativo da scrivere perché ha tante caratteristiche però è anche stimolante e divertente, essendo importante, essendo la bussola, mentre scrivi la storia ti chiedi “cosa farà adesso Fermín?”

Qual è la zona di Barcellona che preferisce di più e dove lei ritorna sempre?


Beh… io sono cresciuto a un isolato dalla Sagrada Familia, credo che tutti sappiate cos’è e dove si trova in città; mio padre, che è il mio unico parente in vita, vive ancora lì. La prima cosa che vedevo uscendo di casa era la Sagrada Familia e l’ultima cosa che vedevo rientrando in casa era la Sagrada Familia. Durante una conversazione con un produttore cinematografico a Los Angeles questa cosa uscì (non ricordo di cosa trattasse precisamente la conversazione) e lui disse “questo spiega tutto”. Non mi ha spiegato il significato di questa sua frase ma probabilmente ha colto l’importanza del luogo da cui si proviene in quello che uno è poi diventato. Bene, questo è il quartiere dove sono cresciuto, ma andavo a scuola in un altro, dall’altra parte della città, che si chiama Sarrià. Ogni giorno dovevo attraversare la città due volte, andata e ritorno. Camminavo per la città esplorandola, e ancora oggi quando torno faccio lunghe camminate, e finisco sempre nello stesso posto, una strada che attraversa la città vecchia, dalla cattedrale al porto, che chiamano “bains veis = vecchi bagni” perché nel passato c’erano dei bagni (terme) adesso ci sono i “vecchi bagni e i nuovi bagni”. Nella zona del porto cammino nella Calle Ferran, una zona molto antica dove c’erano le mura. È un posto molto caratteristico e molto turistico. A pochi metri da Calle Ferran c’è il posto dove il personaggio principale dell’ultimo libro, Alicia, vive vicino al Grand Cafè. Quella zona è la mia preferita, e ci vado spesso, affiancandomi alle migliaia di turisti che vanno lì a scattare tantissime foto di qualsiasi cosa e io spesso dico “questa è la disneyland di Barcellona".



La memoria è uno dei temi principali della seria: vuole condividere con noi un ricordo che le è caro di quando ha scritto la serie? 

Ci sono tante cose divertenti arrivatemi dai lettori riguardo a questi libri e sicuramente c’è sempre la credenza che la biblioteca dei libri dimenticati è un posto reale, che esiste veramente, e io sono sempre lì a dire che no, è un posto inventato, ma comunque c’è gente che va a Barcellona e si mette a cercarla. Ricordo di una signora che in Australia mi disse “vengo a Barcellona tra due mesi e fissiamo un giorno per incontrarci così lei mi fa visitare la città e mi mostra la biblioteca…” e io le risposi “purtroppo signora quel posto non esiste, è frutto della mia immaginazione, una mia invenzione”. Sicuramente la cosa bella è che molti lettori vogliono visitare Barcellona perché l’hanno scoperta e amata grazie a questi libri, e allora io invito tutti a visitarla a settembre quando c’è la festa della città, il Festival de la Marcè, dove vengono invitate persone a parlare pubblicamente al Municipio, a raccontare quante cose belle e fantastiche ci sono, la gente ti applaude. Hanno invitato anche me a fare un discorso, e quando arrivai il sindaco mi presentò e mi fece gli onori, e mi disse “c’è un sacco di gente che si è innamorata del cimitero dei libri dimenticati, è un luogo meraviglioso, dobbiamo costruirlo!” naturalmente era una battuta, uno scherzo, ma il giorno dopo tutti i giornali annunciavano “il Comune costruirà il cimitero dei libri dimenticati!” e di conseguenza arrivarono le opinioni e le polemiche “dove lo costruiranno”, “chi sarà la compagnia che lo costruirà”, “quanti soldi costerà”… e poi arrivò questa grossa compagnia che realizza grandi eventi, musicals, fiere, spettacoli, il titolare è un vero imprenditore che ama i libri e che ha amato i miei, e mi portò tutto il progetto, la location, e mi disse: “guarda lo costruiremo così, costruiremo il cimitero dei libri dimenticati, avrai una percentuale” e io dicevo: “Grazie per l’offerta ma no… Non costruiremo niente, perché è un luogo dell’immaginazione, e deve restare tale”, non è possibile costruire un posto così, stile disneyland o qualcos’altro di finto, di kitch. Così… non l’hanno mai costruito. Il cimitero dei libri dimenticati non esiste, non deve esistere, se non nella mente delle persone. Un’altra cosa divertente è che i lettori cercavano i libri degli scrittori citati, personaggi ovviamente fittizi. Un libraio mi raccontò che si recavano nel suo negozio a chiedere i libri di Julian, e lui doveva spiegare che Julian era un personaggio inventato, non era uno scrittore vero… e i clienti rispondevano “no no, lei si sbaglia, cerchi nel computer” e non erano convinti che lo scrittore e i suoi libri non esistevano veramente… È interessante come la gente prenda per vere le storie (i romanzi, le narrazioni), le consideri vere e reagisca in questa maniera, proprio come se non ci fosse finzione, la finzione viene confusa con la realtà.



Di questa sua quadrilogia, quale dei suoi libri lascerebbe nel Cimitero dei Libri Dimenticati?

Ah, questa è come La scelta di Sophie… è davvero difficile prendere questa decisione… Non lascerei uno di loro perché sono quattro parti di qualcosa che ho scritto avendo la visione di “un intero”. De facto hanno richiesto un lungo lavoro per costruirli e poi per pubblicarli, ed è vero che poi ognuno ha la sua personalità, il suo carattere, la sua angolazione, ma non ho mai pensato che fossero quattro libri diversi… Quando ho iniziato a scriverlo, ho iniziato con l’intenzione di scrivere un solo grande (grosso) libro, poi ho realizzato che sarebbe stata una cosa mostruosa, da tremila pagine e sarebbe stata una cosa da pazzi. Quindi ho deciso di spezzarlo, trovando i punti dove la storia prendeva diversi toni, diverse personalità. Così il primo libro è il libro dei lettori, il secondo è dello scrittore, il terzo è il libro dei personaggi, il quarto è il gran finale, il punto d’arrivo dove tutti gli elementi convergono. Era questa la cosa da fare, come una grossa, unica, costruzione formata da quattro parti. Ovviamente essendo passati anni tra un libro e l’altro, la gente pensa a ogni libro come a un libro isolato, ma non lo è, così non lascerei nessuno di loro, no… E comunque lotterei strenuamente per fare in modo che la mia creatura non venga dimenticata… come una madre furiosa che dice “non mio figlio! Dovrete passare sul mio cadavere!”


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