LE NOSTRE RECENSIONI


Recensione: Quel che resta di un'isola di Anita Bozzo

 

 


QUEL CHE RESTA DI UN'ISOLA



                                                                   di Anita Bozzo



Prezzo: € 15,00 | Ebook: € 3,99 |
Pagine: 165| Genere: Narrativa|
Editore: Edizioni Montag |  Data di pubblicazione: 18 aprile

Trama

C’è un’isola fatta di estati che sembrano non finire, di bambini che crescono senza accorgersene, di amicizie che diventano radici.
È un posto dove il mare sa custodire i segreti e restituirli. E la voce narrante torna là dove tutto è cominciato: tra strade sterrate, case che odorano di sale e ombre e luci di un legame che ha segnato un’intera vita.

Agnese è il centro magnetico di un’infanzia che continua a pulsare anche da adulta. Pietro, fratello e complice, è la misura del tempo che passa.
E l’isola, silenziosa e immensa, è lo spazio in cui tutti imparano a diventare sé stessi. 

Quel che resta di un’isola è un romanzo sulla memoria e sulle sue ferite dolci, su ciò che sopravvive quando tutto cambia, su quelle persone che incontriamo troppo presto o troppo tardi, ma che non smettono di abitarci.


IL MIO PENSIERO SUL LIBRO

Quel che resta di un'isola si presenta al lettore con la veste editoriale del romanzo, ma la sua reale natura risiede in una dimensione ben diversa: è, a tutti gli effetti, una raccolta di pensieri sparsi e frammenti memoriali che si sviluppa lungo la struttura fluida del racconto lungo o del diario personale.

Il limite più evidente dell'opera risiede nella totale assenza di dialoghi diretti e di trasporto emotivo. L'autrice sceglie di procedere per accumulo di dettagli, descrivendo ogni scena, panorama o azione in maniera estremamente accurata. Se da un lato questa precisione millimetrica restituisce uno stile fortemente visivo, quasi cinematografico nel fissare la luce della Grecia, il sapore del cibo o il grigio di Milano, dall'altro priva il testo di quella tridimensionalità necessaria a coinvolgere chi legge. Tutto viene filtrato dal ricordo ragionato della narratrice, trasformando le pagine in un lungo monologo che ricorda i flussi di pensiero tipici dei diari adolescenziali.

A risentire di questa impostazione sono soprattutto i personaggi, che risultano piatti, privi di reali sfumature e di caratteristiche psicologiche forti. Agnese, che vorrebbe essere la "regina selvaggia" e magnetica dell'isola, viene raccontata più attraverso i suoi stereotipi (i capelli spettinati, le orecchie a sventola, gli sbalzi d'umore) che tramite azioni significative. Le dinamiche tra i protagonisti appaiono bidimensionali, riducendosi spesso a dinamiche infantili o ai "racconti di una ragazzina" che osserva il mondo esterno senza riuscire a penetrarlo davvero.

Un'ulteriore perplessità sul piano strutturale è legata alla gestione dei tempi verbali. Il primo capitolo si apre e si sviluppa al passato remoto, impostando la narrazione su un binario retrospettivo classico. Dal secondo capitolo in poi, tuttavia, l'autrice decide di virare bruscamente verso il presente indicativo. Sebbene l'intento potesse essere quello di rendere più vividi e immediati i ricordi, la scelta crea un cortocircuito logico: l'intera vicenda continua a essere esplicitamente un lungo flashback di memorie passate, rendendo l'uso sistematico del presente una forzatura stilistica che destabilizza la coerenza del racconto.

In conclusione, Quel che resta di un'isola è un esperimento letterario che possiede un nucleo poetico valido e un'innegabile forza visiva. Rimane però intrappolato in uno stile troppo statico e privo di mordente, un diario personale accuratissimo nei dettagli paesaggistici ma distante dal calore e dalla profondità emotiva che un vero romanzo formativo avrebbe dovuto garantire.










Commenti